Il 27 gennaio 1945 è la memorabile giornata che vide l’apertura dei cancelli di Auschwitz, la liberazione dei detenuti sopravvissuti e la scoperta definitiva dell’atrocità dell’Olocausto: per questa ricorrenza, tutt’altro che formale, il comune di Sesto San Giovanni vuole ricordare le vittime e tutti quanti si opposero alla barbarie della deportazione nazi-fascista.
Gli incontri si sono aperti lunedì 23 gennaio quando, in collaborazione con il Cespi, si è tenuta a villa Visconti d’Aragona la conferenza I campi di concentramento in Argentina, altro tragico ma più attuale contesto di deportazione e sterminio.
Stasera, il Cinema Rondinella proporrà, dalle 21, la proiezione del film Vento di primavera (ingresso € 4) che, assieme allo spettacolo teatrale Forse sogno di vivere – una bambina rom a Bergen Belsen, in programma sabato 28 gennaio allo Spazio Talamucci, dalle 21, ha protagonisti e adotta il punto di vista dei bambini, vittime innocenti di una crudeltà per questo ancora più deplorevole.
Domenica 29 le celebrazioni vedranno un doppio appuntamento: alle 10.30 quello istituzionale dell’omaggio al monumento alla deportazione del Parco Nord, e alle 17 quello culturale del concerto Il coraggio di cantare – note per il giorno della Memoria dedicato alla musica ebraica, tenuto dalla Civica scuola di musica nella sala consiliare del palazzo comunale.
Martedì 31 si terrà, dalle 21 nello Spazio Talamucci, uno degli appuntamenti che più da vicino tocca la storia di Sesto: si tratta della presentazione del film E come potevamo noi cantare, dvd che racconta, per voce degli ex-deportati del nostro territorio, la terribile esperienza della deportazione e della prigionia.
Le iniziative proseguono a febbraio: venerdì 24 verrà presentata nella sala conferenze di villa Mylius, dalle 21, il nuovo libro di testimonianze Voci dal lager – diari e lettere dei deportati politici italiani 1943 – 1945 appena edito da Einaudi.
Non si dimentichino, infine, i pellegrinaggi verso i campi di sterminio che, come ogni anno, porterà il sindaco Giorgio Oldrini, i giovani e gli adulti sestesi a visitare i luoghi dell’Olocausto: dal 2 al 4 marzo la cittadinanza potrà recarsi al lager di Kahla, nella Turingia, dove hanno perso la vita 441 italiani tra cui 9 sestesi, mentre dall’11 al 14 maggio la meta saranno i lager di Hartheim, Gusen e Mauthausen.
Per informazioni e prenotazioni sui pellegrinaggi, è necessario rivolgersi a Aned, via dei Giardini 14, aned.sesto@tiscali.it o all’associazione Ventimilaleghe, via dei Giardini 50, info@ventimilaleghe.net
Clara Amodeo
Quale futuro auspica per Sesto? Risponde raccontando la storia della città: «Credo che oggi per capire meglio il domani, bisognerebbe dire qualcosa di ieri». Un passato che Carrà ha attraversato da protagonista, intrecciando i grandi avvenimenti del Secolo breve con la la sua storia personale.
«L’importanza della città dipende da un elemento fondamentale della sua composizione: una realtà sociale la cui maggioranza era caratterizzata dalla classe operaia e dai tecnici, cioè dagli operatori produttivi. E questo ha determinato la formazione di una grande scuola e della definizione di una coscienza sociale. La fabbrica è stata una grande scuola di solidarietà, collettività e di impegno sociale e politico».
E un esempio di Resistenza. Carrà, capo di una brigata partigiana, non voleva che venisse dimenticata la Medaglia d’oro al valore militare di Sesto, soprattutto ora che i testimoni per ragioni anagrafiche vengono meno: «La fiaccola dell’antifascismo a Sesto non è mai stata spenta. È stata una grande fucina di lotta per quanto riguarda la Resistenza. E nella ricostruzione – continua fieramente – noi siamo stati sempre al centro delle battaglie che hanno mitizzato Sesto come la Stalingrado d’Italia.
I contenuti di queste battaglie riguardavano la difesa del lavoro. Era in corso una ricostruzione e una trasformazione della realtà sociale. Tecnici e operai qualificati venivano licenziati, veniva disperso un grande patrimonio di ricchezza che invece poteva essere utilizzato nella trasformazione del paese».
«Allora i Consigli di gestione, strumenti sorti dopo la Liberazione, avevano proposto un piano che riguardasse, nella trasformazione industriale, un tipo di produzione che favorisse lo sviluppo del Sud, ad esempio con la costruzione di trattori. C’è una responsabilità di carattere politico in chi governava allora questo Paese che non nascondeva un obiettivo essenziale, e cioè quello di smantellare il potere e la forza che rappresentava Sesto San Giovanni sul piano nazionale dal punto di vista politico e sociale con duro attacco alla realtà di allora.
Dopo la Liberazione non avvenne solo una trasformazione della organizzazione industriale, stava cambiando anche la realtà sociale della città. Solo tra gli anni Sessanta-Settanta, decine di migliaia immigrarono a Sesto. L’emigrazione a Sesto era cominciata già prima dalle campagne, dal Sud e dalle valli. Con la Liberazione Sesto aveva 60mila lavoratori occupati, dei quali oltre 40mila metallurgici. Di questa realtà sociale migliaia di lavoratori venivano dalle valli. Erano i cosiddetti ‘pendolari’. La città tra i primi del Novecento e la Liberazione ha uno sviluppo enorme.
Dopo la Liberazione abbiamo una restaurazione industriale, una modifica del carattere sociale e le grandi battaglie operaie che hanno mitizzato la città. Quando si licenziavano di botto 6-7mila operai, spontaneamente si contrastavano i padroni con innovazioni dei metodi di lotta. Lo sciopero è stato un elemento caratteristico della difesa dei lavoratori. Oppure c’è stato il processo inverso: alla serrata della fabbrica si continuava a produrre per dimostrare che si poteva lavorare in un certo modo. Queste grandi realtà sono state soffocate, bloccando i finanziamenti e le materie prime.
A queste grandi battaglie operaie bisogna aggiungere la solidarietà esterna. Sono sorti comitati chiamati ‘di difesa dell’economia sestese’ che difendevano la realtà cittadina.
Con la chiusura delle fabbriche, Sesto è stata ridotta a qualcosa di diverso e ha dovuto affrontare una nuova realtà. La priorità doveva essere data comunque all’insediamento produttivo seppur diverso dalla grande fabbrica: piccole aziende di alta tecnologia e piccole imprese che non riempivano il vuoto lasciato dalla chiusura delle grandi.
E poi bisognava evitare il rischio che Sesto, che aveva anche una peculiarità autonoma per le sue caratteristiche, non divenisse periferia di Milano o un centro di residenza o dormitorio. Anche perché questa realtà sociale era ed è accompagnata da grandi strutture culturali o sportive, rami aziendali, circoli, consulte rionali, tutti strumenti di democrazia che favoriscono la partecipazione e creano una vita diversa dalle altre città”.
Nasce in ricordo di Umberto Albini, grecista e uomo di teatro scomparso un anno fa, l’associazione Cultura è Salute.
Mio padre venne a mancare un anno fa, a fine gennaio 2011. Mi piace ricordarlo da queste pagine. A lui Sesto San Giovanni sarebbe piaciuta. E’ una città che testimonia tutti quelli che furono i suoi valori.
Nato nel 1923 a Savona, papà fu partigiano, combattè in guerra e nella Resistenza poco più che ventenne, studiò e lavorò ogni singolo giorno della sua vita. Si alzava presto al mattino, come un operaio della cultura, si immergeva nei suoi libri, preparava le lezioni, e si occupava della famiglia. L’ho sempre visto così impegnato, che mai vi fu un giorno in cui non scrivesse almeno una riga.
Fu iscritto al Partito Comunista in anni lontani, quando quella militanza portava un prezzo da pagare. Nei suoi ultimi giorni mi invitò ad aprire il cassetto della scrivania della sua biblioteca di casa, dove teneva le cose più care. Lì ho trovato la tessera di partigiano e quelle del PCI, le lettere di mia madre quando erano fidanzati e un mio quaderno di poesie che gli dedicai quando avevo quattordici anni. Mio padre mi ha insegnato i valori della vita: la famiglia, il lavoro, la cultura, la politica e anche l’amicizia e la convivialità.
Il suo curriculum ha dell’incredibile e non so se riesco a riassumerlo in poche righe. Laureato in Lettere classiche, grecista insigne, traduttore, parlava correntemente francese, tedesco, russo, ungherese, inglese. Fu Preside di Lettere a Genova ed appassionato di teatro.
In sua memoria abbiamo fondato l’associazione Cultura è Salute. Questo titolo me lo ha regalato un collega e amico di MultiMedica, e vuole unire in un nome due realtà per cui vale la pena di impegnarsi, la cultura e la salute. Penso che leggere, pensare, ascoltare, discutere, contemplare l’arte, apprezzare il bello, contribuiscano al nostro stato di benessere non solo psichico ma fisico. Medicina e filosofia costituivano un unico sapere presso gli antichi Greci, di cui Papà sapeva tutto, quasi avesse abitato lì, ad Atene, in una vita precedente.
Quest’associazione culturale è appena nata e io non so come farla funzionare e crescere. Il mio sogno è che un giorno, attraverso il patrimonio di archivi che ha lasciato, attraverso i suoi testi, le traduzioni, le poesie, si costruisca una realtà che possa essere di supporto a giovani studiosi di lettere classiche, o di scienze della salute, per i quali nella nostra società ci sono sempre meno stimoli, incentivi, fondi.
“Cultura è salute” è su facebook. Sono grata a chi mi voglia dare idee per crescere, collaborazione, consigli anche per e-mail (albini.adriana@gmail.com). Mi piace sperare di portare avanti la visione di un uomo generoso e schivo, combattente e colto, che sapeva essere coraggioso e lungimirante in tempi di guerra e di pace.
Mi piace ancor più pensare che l’associazione viva oltre la memoria di mio Papà, di forza propria e di quella dei giovani letterati o scienziati per diffondere l’idea che il sapere è una ricchezza, anche e soprattutto in tempo di crisi.
Umberto Albini-3 Maggio 1923- 25 gennaio 2011
Classe 1923, nato e cresciuto a Savona, ha studiato Lettere Antiche prima alla Normale di Pisa, poi all’Università di Genova dove si è laureato nel 1945. Negli anni della guerra, visse la Resistenza da partigiano.Dopo la laurea fu professore di Liceo a Savona. Dopo un lungo periodo trascorso a Firenze, alla fine degli anni Sessanta tornò a Genova. Nel capoluogo ligure è stato titolare della cattedra di Letteratura Greca, oltre che Preside della facoltà di Lettere e Filosofia e direttore del Dipartimento di Filologia classica e infine Professore Emerito. Ha insegnato anche nelle università di Barcellona, Bonn, Colonia, Jena, Firenze, Londra e Madrid.
In ambito teatrale, a Genova ha collaborato a lungo con il Teatro della Tosse (fu amico e collaboratore di Aldo Trionfo e Lele Luzzati, e con lo Stabile.Ha lavorato a Milano, in Via Senato, all’elaborazione dell’Enciclopedia Garzanti. È inoltre stato presidente dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa.
Ha tradotto molte tragedie greche che poi sono state rappresentate sui palcoscenici di tutta Italia. Oltre che grecista, Umberto Albini è anche stato un appassionato studioso di letteratura ungherese. Fu tra i primi a tradurre il teatro e la poesia ungheresi, rendendo noti, tra gli altri, il drammaturgo Miklòs Hubay e i poeti Sandor Petofi, Varga Tamas e Jozsef Attila. Per la sua opera di diffusione letteraria, è stato insignito di una laurea honoris causa dall’università di Budapest e della medaglia d’oro per la cultura sia dal governo ungherese sia dal governo italiano. Nel 2010 è stato insignito del premio Il Grifo D’Oro, massima onorificenza del Comune di Genova.
Tra la sua ricca bibliografia i saggi Garzanti: Nel nome di Dioniso (1991), Atene: l’udienza è aperta (1994), Riso alla greca (1997), Euripide o dell’invenzione (2000), Atene segreta (2002), Maschere impure (2005). La raccolta di poesie dedicate alla moglie Giovanna Cronache – Il lungo viaggio è invece edita da Frilli.
Adriana Albini