Quale futuro auspica per Sesto? Risponde raccontando la storia della città: «Credo che oggi per capire meglio il domani, bisognerebbe dire qualcosa di ieri». Un passato che Carrà ha attraversato da protagonista, intrecciando i grandi avvenimenti del Secolo breve con la la sua storia personale.
«L’importanza della città dipende da un elemento fondamentale della sua composizione: una realtà sociale la cui maggioranza era caratterizzata dalla classe operaia e dai tecnici, cioè dagli operatori produttivi. E questo ha determinato la formazione di una grande scuola e della definizione di una coscienza sociale. La fabbrica è stata una grande scuola di solidarietà, collettività e di impegno sociale e politico».
E un esempio di Resistenza. Carrà, capo di una brigata partigiana, non voleva che venisse dimenticata la Medaglia d’oro al valore militare di Sesto, soprattutto ora che i testimoni per ragioni anagrafiche vengono meno: «La fiaccola dell’antifascismo a Sesto non è mai stata spenta. È stata una grande fucina di lotta per quanto riguarda la Resistenza. E nella ricostruzione – continua fieramente – noi siamo stati sempre al centro delle battaglie che hanno mitizzato Sesto come la Stalingrado d’Italia.
I contenuti di queste battaglie riguardavano la difesa del lavoro. Era in corso una ricostruzione e una trasformazione della realtà sociale. Tecnici e operai qualificati venivano licenziati, veniva disperso un grande patrimonio di ricchezza che invece poteva essere utilizzato nella trasformazione del paese».
«Allora i Consigli di gestione, strumenti sorti dopo la Liberazione, avevano proposto un piano che riguardasse, nella trasformazione industriale, un tipo di produzione che favorisse lo sviluppo del Sud, ad esempio con la costruzione di trattori. C’è una responsabilità di carattere politico in chi governava allora questo Paese che non nascondeva un obiettivo essenziale, e cioè quello di smantellare il potere e la forza che rappresentava Sesto San Giovanni sul piano nazionale dal punto di vista politico e sociale con duro attacco alla realtà di allora.
Dopo la Liberazione non avvenne solo una trasformazione della organizzazione industriale, stava cambiando anche la realtà sociale della città. Solo tra gli anni Sessanta-Settanta, decine di migliaia immigrarono a Sesto. L’emigrazione a Sesto era cominciata già prima dalle campagne, dal Sud e dalle valli. Con la Liberazione Sesto aveva 60mila lavoratori occupati, dei quali oltre 40mila metallurgici. Di questa realtà sociale migliaia di lavoratori venivano dalle valli. Erano i cosiddetti ‘pendolari’. La città tra i primi del Novecento e la Liberazione ha uno sviluppo enorme.
Dopo la Liberazione abbiamo una restaurazione industriale, una modifica del carattere sociale e le grandi battaglie operaie che hanno mitizzato la città. Quando si licenziavano di botto 6-7mila operai, spontaneamente si contrastavano i padroni con innovazioni dei metodi di lotta. Lo sciopero è stato un elemento caratteristico della difesa dei lavoratori. Oppure c’è stato il processo inverso: alla serrata della fabbrica si continuava a produrre per dimostrare che si poteva lavorare in un certo modo. Queste grandi realtà sono state soffocate, bloccando i finanziamenti e le materie prime.
A queste grandi battaglie operaie bisogna aggiungere la solidarietà esterna. Sono sorti comitati chiamati ‘di difesa dell’economia sestese’ che difendevano la realtà cittadina.
Con la chiusura delle fabbriche, Sesto è stata ridotta a qualcosa di diverso e ha dovuto affrontare una nuova realtà. La priorità doveva essere data comunque all’insediamento produttivo seppur diverso dalla grande fabbrica: piccole aziende di alta tecnologia e piccole imprese che non riempivano il vuoto lasciato dalla chiusura delle grandi.
E poi bisognava evitare il rischio che Sesto, che aveva anche una peculiarità autonoma per le sue caratteristiche, non divenisse periferia di Milano o un centro di residenza o dormitorio. Anche perché questa realtà sociale era ed è accompagnata da grandi strutture culturali o sportive, rami aziendali, circoli, consulte rionali, tutti strumenti di democrazia che favoriscono la partecipazione e creano una vita diversa dalle altre città”.


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